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Palazzo Ducale
Percorsi e collezioni
Francesco Casanova
Ritrattto di Giacomo Casanova, (1750 - 1755 c.a)
































Giacomo Casanova
frontespizio del libro
Histoire de ma fuite ... (1788)










Pianta del percorso di arrivo di Casanova
Piano delle Logge


Pianta del percorso di arrivo di Casanova 
Piano Secondo


Pianta del percorso di arrivo di Casanova 
Piano Terzo


Pianta del percorso di arrivo di Casanova 
Piano Quarto


Percorso di fuga di Casanova


Pianta del percorso di fuga di Casanova 
Piano Quarto


Pianta del percorso di fuga di Casanova
Sottotetto


Pianta del percorso di fuga di Casanova
Piano Terzo


Pianta del percorso di fuga di Casanova
Piano Secondo


Pianta del percorso di fuga di Casanova
Piano delle Logge
Casanova ai Piombi
Casanova e la giustizia veneziana
Quella della fuga dai piombi è forse la più nota tra le avventure di Casanova e, certo, la vicenda nel suo insieme è emblematica del rapporto conflittuale di Giacomo con le strutture del potere della Serenissima.
Inevitabile, del resto, lo scontro del nostro con l’amministrazione della giustizia veneziana.
I principali organismi di questa sono, all’epoca di Casanova, la Quarantia Criminal, tribunale “alto”, che si occupa di reati gravi e utilizza una procedura abbastanza garantista; il Consiglio dei Dieci, che si occupa di reati legati alla sicurezza dello stato e usa una procedura inquisitoria caratterizzata da segretezza e sommarietà; gli Inquisitori di Stato , che operano nell’ambito del Consiglio dei Dieci, con procedure ancor meno garantiste. Ad essi si affiancano altri organismi (dagli Avogadori de Comun ai Signori di notte al criminal; dai Cinque Anziani alla pace agli Esecutori contro la Bestemmia....) .
Tra i compiti degli Inquisitori di Stato vi è quello di vegliare e intervenire sulle situazioni che possano intaccare l’alta immagine che il “corpo sovrano patrizio” deve mantenere di sè. Allo scopo essi si avvalgono di una rete di informatori , i “confidenti”.
In questo contesto, nel 1754, Giacomo viene messo sotto sorveglianza e le “riferte” sul suo conto si accumulano. Ma non è tanto lo stile di vita libertino, il gioco d’azzardo, le avventure amorose, la dimestichezza con libri proibiti e arti magiche, l’appartenenza alla massoneria a determinare la sua disgrazia, quanto piuttosto - dato tutto ciò - la sua amicizia e la sua influenza su membri del patriziato: Matteo Bragadin innanzitutto, con gli amici Marco Dandolo e Marco Barbaro, e poi i fratelli Memmo e altri; la loro frequentazione e la conoscenza di stranieri , inoltre, rende possibile sospettare anche attività semi-spionistiche.
Questi aspetti fanno del suo caso un affare da Inquisitori di Stato. Che , infatti, il 26 luglio del 1755, lo fanno arrestare.
Verrà condotto ai Piombi, che, assieme ai Pozzi (ben peggiori), erano carceri di pertinenza degli Inquisitori, collocate nel corpo di Palazzo Ducale. Per gli altri reati, c’erano invece le Prigioni Nuove, oltre il canale, collegate al palazzo dal Ponte dei Sospiri.
A Giacomo, con suo gran disappunto, non verranno mai indicati i capi d’imputazione né i termini della condanna, secondo la prassi degli Inquisitori.

La detenzione e la fuga
Casanova descrive assai efficacemente quest’esperienza sia nell’ Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle les Plombs, che - ovviamente - nell’opera maggiore.
Sono pagine straordinarie, per il serrato ritmo narrativo, per la profonda capacità d’analisi psicologica ed emozionale, per i memorabili tratteggi di figure e personaggi, per l’intreccio inestricabile di realtà e invenzione, angoscia e ironia. Questo il “vero”bagaglio che il visitatore dovrebbe portarsi appresso nella visita, cercandone l’eco tra mura e scale, tra grate e corridoi.
Venendo dunque al percorso in senso proprio, quello qui di seguito descritto si avvale del racconto di Giacomo, così come riportato nell’ Histoire de ma vie (edizione italiana a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni, I-III, Milano, 1983-1989); è possibile almeno ipoteticamente tentare di seguirlo, nonostante le varie incongruenze “tecniche” del racconto e nonostante gli ampi rimaneggiamenti operati in seguito in alcuni degli spazi. L’ambiente dei Piombi è stato recentemente ricostruito nell’ambito del percorso dei cosiddetti “itinerari segreti” di Palazzo Ducale.
Il percorso inizia dalla fondamenta delle prigioni(1). Varcata la soglia del palazzo delle prigioni ed entrati nel cortile interno di questo edificio, “dopo aver salito diverse scale passammo sopra un alto ponte chiuso [ il ponte dei Sospiri] che mette in comunicazione le carceri con il palazzo ducale valicando il canale detto Rio di Palazzo (2) ... Superato il ponte [e, aggiungiamo noi, salite varie rampe di scale(3)], percorremmo una galleria, entrammo in una stanza, poi in un’altra [ le stanze del Deputato alla Segreta e del Notaio Ducale (4)]......” (II, 5-6) .Qui Casanova viene riconosciuto dal segretario degli inquisitori e affidato al carceriere dei Piombi che, dopo aver attraversato la Sala dei Tre Capi, “mi fece salire due piccole rampe di scale (5) ..infilare una galleria....un’altra...poi un’altra.....in fondo alla quale ...mi introdusse in una grande soffitta (6) ...fiocamente illuminata da un alto lucernario... [ qui] il carceriere prese una grossa chiave aprì una porta rivestita di ferro alta tre piedi e mezzo [ un piede = m. 0,34 circa]..... e mi disse di entrare.” (II, 6).. “Accasciato e sbalordito “, Giacomo è dunque approdato ai Piombi.
Le celle dei Piombi, in tutto sei o sette, suddivise in tre blocchi,(7),(8),(9) si trovavano nelle soffitte soprastanti rispettivamente le sale degli Inquisitori e dei Tre Capi; la sala della Bussola; il pianerottolo superiore della scala dei Censori.
La prima cella di Giacomo è una delle tre affacciate sul lato del cortile di Palazzo, sopra la Sala degli Inquisitori (10) . L’impatto è tremendo, non solo per le condizioni materiali di detenzione, ma anche per la mancanza di motivazioni, di informazioni. Casanova prima accumula rabbia, poi angoscia .”Mi accorsi di essere finito in un posto dove se il falso sembrava vero, la realtà doveva sembrar sogno, dove la ragione doveva perder metà delle sue doti e l’immaginazione alterata renderla vittima o di chimeriche speranze o di spaventose disperazioni. Decisi perciò che sarei stato in guardia e ....chiamai in aiuto la filosofia di cui avevo i semi in cuore ma che non avevo ancora avuto occasione... .di usare” (II,10).. Poco a poco, svanite le speranze di una rapida scarcerazione, il progetto della fuga di fa strada e diventa il pensiero dominante. Dopo nove mesi di prigione, gli viene concesso di passeggiare per mezz’ora in soffitta, fuori della cella (11) . Qui Casanova riesce a impadronirsi di un vecchio catenaccio di ferro. Intorno ad esso prende forma il piano di evasione.
Si mette quindi, con pazienza e tenacia, a bucare il pavimento della cella. Il progetto è di calarsi nottetempo in Sala degli Inquisitori e, di là, fuggire. A fine agosto la foratura è praticamente ultimata ma, inaspettatamente, viene trasferito a un’altra cella. Questa si trova sul versante prospiciente il rio, in corrispondenza del pianerottolo superiore della Scala dei Censori (12). L’ attrezzo di ferro, ben nascosto, lo segue nel trasferimento.Invece il buco fatto nella prima cella viene scoperto. Con abilità psicologica (e probabilmente denaro) Casanova riesce a far sì che il fatto non venga reso noto alle autorità. La sorveglianza su di lui, comunque, si intensifica e il nuovo piano di fuga deve svolgersi in maniera diversa.Prende fortunosamente contatto con un altro detenuto, il somasco Marino Balbi, la cui cella fa parte del blocco sovrastante la sala della Bussola (13) . Riesce a fargli avere l’attrezzo (il 29 settembre). Con esso Balbi in otto giorni fora il soffitto della propria cella (precedentemente adornato di stampe sacre, in modo da mascherare il lavoro di foratura); da là si issa sopra il controsoffitto; camminando su questo attacca con lo spuntone il muro portante (14) che lo divide dalla zona in cui si trova il soffitto della cella di Casanova; il sedici ottobre ci arriva; dopo una serie di imprevisti,il 31 ottobre buca il soffitto della cella di Casanova, che lo raggiunge nel controsoffitto. Da qua, insieme, forano il soffitto di copertura del palazzo (15) e escono all’aperto, nella notte; si arrampicano lungo i lastroni di piombo del tetto; trovano un abbaino (16) e, attraverso questo, rientrano in una soffitta. Qui, dice il nostro, “ trovai una scala di pietra corta e stretta (17) e scesi fino a un’altra scala che terminava con una porta a vetri. La aprii e finalmente mi trovai in un salone che conoscevo, la cancelleria [superiore] (18).” (II,121). Il Salone è però chiuso a chiave; faticosamente, e grazie al solito spuntone, viene aperto su di essa un varco; altre due scale (19) e i due giungono al piano sottostante, nell’atrio Quadrato (20).Tra questo e la scala d’Oro, vi è un enorme portone , chiuso a chiave; tutte le uscite, sia dell’atrio Quadrato sia della vicina sala delle Quattro Porte, sono chiuse. E’ l’alba, Casanova si affaccia a una finestra e viene visto. Il guardiano, pensando si tratti di qualcuno rimasto inavvertitamente chiuso al secondo piano la sera prima, sale la scala d’Oro e va ad aprirgli. Prontamente e senza dire una parola, Casanova- seguito dal compagno - si precipita giù per la Scala d’Oro (21), piega a destra sulla loggia (22) e poi a sinistra giù per la scala dei Giganti (23), poi lungo il porticato fino ad imboccare la porta della Carta (24) e uscire così dal palazzo.
Di questa fuga, dice Giacomo, “ confesso d’esserne fiero: la mia vanità però non deriva dal fatto che riuscii a scappare, perché la fortuna vi ebbe gran parte, ma dal fatto che giudicai l’impresa realizzabile ed ebbi il coraggio di intraprenderla” (II, 37).
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