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IN-FINITUM
Percorso
Giovanni Anselmo, “Verso l’infinito”, 1969

Eugène Delacroix, “Study of a Greek Jacket”, 1822

Marlène Dumas, 'Skaam”


Il percorso e le opere esposte
LA MOSTRA: IL PERCORSO

LA FACCIATA

Mario Merz, Fibonacci suite (2002) e con Magenta (2009) un nuovo lavoro di Herbert Hamak.

DAL PIANO TERRA AL PRIMO PIANO

Il Cosmico
Stelle, galassie e nebulose sono dati scientifici ma offrono anche informazioni sull’infinità del cosmo. Al piano terra e lungo il percorso che porta al primo piano sono esposte opere che in vario modo si riferiscono al cosmo nella sua solenne immensità. Tra esse, Weisses Phantom (1995) di Guenther Uecker, realizzato a colpi d’unghie senza disegno preparatorio, lavorando in progressione concentrica con ritmo rapido. L’assenza dell’artista, il suo essere “oltre” si percepiscono invece in Enmaten (1983) di Kazuo Shiraga e Glow (2009) di Anish Kapoor, in cui ogni riferimento al processo creativo sembra essersi dissolto. Al centro della sala, è esposta una serie di sette sculture Concetto Spaziale Natura di Lucio Fontana, parzialmente ispirate dal pensiero dell’ “atroce inquietante silenzio” che attende l’uomo nello spazio, e dal bisogno di lasciare un segno vivo della presenza dell’artista. Anche la serie Sterne (1989) di Thomas Ruff segue questa idea. In fondo alla sala è esposta una nuova versione di Sea of Time di Tatsuo Miyajima (2009) specificamente realizzata per In-finitum, terza versione di un’installazione presentata alla Biennale di Venezia del 1987. La vastità sconfinata del mare sempre cangiante da un lato, e la dimensione infinita della numerazione sono il significato di questo lavoro in cui corpi luminosi colorati e contatori a LED fluttuano nell’acqua. Sulla sinistra, in un’infilata di stanze aperte al pubblico per la prima volta in quest’occasione, sono esposti, tra l’altro, Stella Tesla (2007) di Gilberto Zorio, il video Rosso di Grazia Toderi (2007), un altro video di Maria Friberg e, in una picola corte scoperta, un’installazione del belga Erik Dhont, celebre architetto di paesaggi e di giardini, che per In-finitum ha creato Form Meets Nature, un micro paesaggio con volumi geometrici di terracotta, marmo, vetro di Murano e cotisso sui quali, col tempo, la vegetazione è destinata a prendere il sopravvento.
All destra dell’ngresso, la piccola sala che conduce al mezzanino ospita Journey into Infinity (2009) di Angel Vergara e The Human Condition (1969) di Duane Michals, una serie di sei immagini in cui una figura umana gradualmente si trasforma in raggio di luce.

IL PIANO NOBILE CON IL SALONE CENTRALE (LO STUDIO DI FORTUNY) E LE ALTRE STANZE COME “CAPPELLE LATERALI”
Il Salone centrale


L’Opera d’arte incompiuta
Un’opera d’arte può restare incompiuta per cause di ordine pratico, o intellettuali o filosofiche: si possono avere opere “consapevolmente incompiute” come accade, ad esempio, anche nei grandi del Rinascimento italiano, Michelangelo, Leonardo e Tiziano.
La mostra presenta varie incompiute tra cui Unfinished Portrait of a Noble Lady (Lady Emma Hamilton) (c. 1785-86) di George Romney; The Picking of Fruits (1946) di Pierre Bonnard, Ai pittori di insegne (1964) di Mario Schifano e Ghost II (2008) di Michael Borremans, proposte in un silenzioso dialogo con una selezione di sulture dell’antico Egitto.

l’Infinito nella costruzione prospettica
L’illusione dell’infinito attraverso la costruzione prospettica è un’invenzione della Firenze del Quattrocento. Si riconducono a questo tema, in mostra, le stampe di M.C. Escher, L’interno di chiesa di Dirk Van Delen (1629); le Carceri d’invenzione di Giovanni Battistta Piranesi (c. 1745-61); e, ispirata a quest’opera, la fotografia di di Vik Muniz Prisons XIII, the Well, after Piranesi. Trova posto qui anche una metafisica Piazza d’Italia di Giorgio de Chirico.

Lo spazio-in-mezzo, MA
L’esistenza del grande vuoto interiore – presente nelle opera del gruppo Zero e nel movimento Gutai così come negli americani Color Field painting e Action painting – ha un parallelo nel concetto giapponese di MA, traducibile come lo spazio-tempo “in mezzo”, cui è dedicata l’ultima parte del salone centrale: qui, MA è presente nei lavori Concetto Spaziale di Fontana, ove l’artista crea “lo spazio infinito” attraverso lo squarcio delle tele. MA è anche il modo in cui, nella natura morta del Maestro di Hartford (c. 1600-1610) sulla parete di fondo, la frutta pare interagire con un campo magnetico. Allo stesso modo, la Natura Morta (1958) di Morandi pare un microcosmo assoluto, sospeso nello spazio e nel tempo. Rests (2007) di Raoul De Keyser oscilla tra la superficie e la profondità, alludendo a finti spazi che sembrano buchi.

Le “cappelle laterali”
James Turrell, Red Shift, 1995, re installato nel 2007 per Artempo e da allora in situ James Turrell investiga gli effetti della luce e dello spazio sulla percezione visiva, sulla mente e sul corpo con la forza di un risveglio spirituale, ponendo lo spettatore al centro di un’esperienza senza tempo e oltre lo spazio. Red Shift fa parte di una serie di opere che interagiscono direttamente con la percezione visiva e sensoriale dello spazio attraverso il fenomeno del “ganzfeld,” ovvero “campo uniforme” in cui profondità, superficie, colore e luminosità diventano un tutt’uno, provocando un’esperienza sconcertante di luce pura senza confini.

La Stanza Nera
Verso la fine degli anni Cinquanta, Jef Verheyen scopre il saggio di Paul Klee “Produire du noir” la cui immediata e durevole fascinazione sarà decisive per gli sviluppi del suo lavoro. In particolare una semplice frase del diario di Klimt lo folgora: “Schwarz darstellen” (“rappresentare il nero”). Proprio l’obiettivo di creare questa “stanza nera” diventa un argomento di rilevo nei dialoghi tra Dominique Stroobant e Max Bill e tra Jef Verheyen e Axel Vervoordt, così come era stato un tema degli scritti di Burri e dello stesso Mariano Fortuny. In questo contesto In-finitum presenta un capolavoro: Fine di Dio di Lucio Fontana (1963), della serie dei 38 oli ovali, forati e monocromi nei quali il mistero fondamentale del cosmo è evocato attraverso un’immagine olistica che tenta di esprimere il tutto, il principio e la fine dell’universo, l’esistenza nella sua immense interezza. Col suo acuto senso del vuoto, dell’eterno e del moto perpetuo tra spazio e materia, Fine di Dio è terrificante e ipnotico. In mostra, è affiancato da due dipinti neri di Ad Reinhardt, Abstract Work (1959) di cui Allen Watts ha scritto “Ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma … Studiare un dipinto nero di Ad Reinhardt è un percorso simile a una meditazione Zen …”. Un forte contrappunto è dato da Zwart Licht (1961-62) di Jef Verheyen, sulla parete opposta.

Giulio Paolini, In-fine (2009)
Il lavoro di Giulio Paolini è sempre stato caratterizzato da uno spirito intrinsecamente labirintico. Ci si perde nelle sue iterazioni, nella vuota vertigine di un punto che si smarrisce nell’infinito, nel gioco concettuale di specchi, nelle stanze senza fine dei musei e della memoria e nell’immaginario legame tra il sè e il cosmo. L’infinito e il labirinto sono al centro della sua ossessione artistica (Francesco Poli).

L’anticamera di Fortuny senior
Il pezzo centrale di questo spazio è Bodies of Light (2006) di Bill Viola, video installazione in cui una figura maschile e una femminile vengono illuminate da una vivida luce che le fa lentamente dissolvere fino a ridurlea silhouette nere. Anche queste scompaiono e sullo schermo, totalmente nero, resta solo l’essenziale luminosità della sfera di luce. É qui esposto anche For Allegra (2009, dagherrotipo di Adam Fuss realizzato espressamente per In-finitum e basato su tre negativi (incompiuti) del Taj Mahal di John Murray del 1864. Le vetrine alle pareti, che normalmente espongono tessili di Fortuny ospitano delicate opere di Graubner, de Keyser, Lo Savio e Vedova, mentre l’atmosfera di quiete spirituale di questa stanza è sottolineata anche da una selezione di pietre scolpite cinesi e da un gruppo di dipinti incompiuti di Mariano Fortuny y Marsal (il padre di Fortuny). Sopra le vetrine, la serie Itinéraire d’une toile inachevée. Le blanc et l’infini, sette fotografie del francese Lziz Hamani.

Il sacrario
Dall’altro lato del piano nobile, una piccola, intima sala dall’atmosfera quasi sacra, espone a parete l’etereo e impalpabile Urbino. L’Espace ideal (1978) di Jef Verheyen, profondamente emozionante e suggestivo, cui si affianca la graziosa , esile Dame de Venise (1956) di Alberto Giacometti.

IL SECONDO PIANO

Il Monocromo
Il monocromo, ovvero il desiderio, l’esigenza interiore di oltrepassare i limiti e raggiungere ciò che continuamente ci sfugge Al secondo piano è esposto un gruppo di queste opere di grande potenza, tra cui Blue Sky (1975) di Alfred Hofkunst, ispirato dal mare; Brasilië (1968) di Jef Verheyen dai toni vividi del rosa e Abdhee (2006) dell’indiano Natvar Bhavsar. Al centro della stanza, una vetrina bifacciale ospita un gruppo di sei Linee finite e due Linee infinite di Piero Manzoni, parte della serie Linea iniziata nel 1959 e composta di cilindri di cartone con linee di diverso spessore.

Il Vuoto

Di particolare fascino il Modello di architettura visionaria di Hans Op de Beeck giustapposto al Modello per il Monumento funebre di Tiziano in terracotta e legno di Antonio Canova (c. 1791) e a Uvalde,Tx di Koen Van den Broek. Questo insieme promana una serenità che si potrebbe sintetizzare nella parola giapponese KU, traducibile come anelito o avvicinamento a una sensazione celestiale e al tempo stesso come senso di appartenenza o compartecipazione al vuoto, all’universo.

Le altre opere qui esposte, di quieta purezza minimalista, comprendono sculture di Ettore Spalletti, una fotografia di Bien-U-Bae e Seascape (2002) di Hiroshi Sugimoto.

L’ATTICO

Al centro della grande sala circondata di finestre con una strepitosa vista su Venezia, Tatsuro Miki e Axel Vervoordt hanno creato un Santuario del Silenzio, spazio chiuso realizzato con oggetti di recupero dipinti col fango della laguna, pervaso dallo spirito Wabi, che trova la bellezza in luoghi e cose apparentemente insignificanti e che rispetta la natura delle cose “così come sono”. In linea con la tradizione architettonica giapponese, questo spazio include una sorta di alcova simbolica e sacra, to-ko-no-Ma, che normalmente si trova nei più profondi recessi di una casa. Nel to-ko-no-Ma di In-finitum sono tre vasi in argilla di un autore sconosciuto del periodo Muromachi (1331-1573), di grande modestia e semplicità, oltre a La Vie sans l’homme (1960) di Dubuffet e a un dipinto graffiato di Saburo Murakami del 1957. Le stanze intorno all’alcova sacra sono dedicate a opere di maestri come Kichizaemon XV Raku – l’attuale capo della famiglia che, dal XVI secolo, produce le celebri teiere nere Raku a Kyoto – di cui sono in mostra due splendidi esemplari Yakinuki (2007). Sono qui esposti anche Untitled (Gray, Gray on Red) (1968) di Mark Rothko e opere di Picasso, Fontana, Shiraga e Mirò. All’esterno del padiglione, una sorta di pedana ospita vasi incompiuti di Shiro Tsujimura e una serie di opere di un artista Gutai di terza generazione, Sadaharu Horio, di cui sono previste anche, nella settimana inaugurale, alcune performance. Di particolare impatto, su questo piano, anche Superabundant Atmosphere (2005) di Hashimoto, rifatta per In-finitum. Consiste di circa 4000 aquiloni in miniatura di seta e bamboo, e dialoga armoniosamente con la struttura architettonica dell’attico.
In fondo alla stanza, tra le finestre, è l’installazione Untitled di Jannis Kounellis, creata nel 1967-68 e riprodotta dall’artista espressamente per In-finitum. Il video Havana (2007) di Kimsooja e Musicale (1972) di Takis sono le presenze silenziose ma forti intorno al padiglione centrale.
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